Tregua armata

10 aprile 2017 Varietali

C’è chi è andato tutto a Est e chi dopo esserci andato è tornato a Ovest, scoprendo che Usa, Canada e persino l’Europa in fondo non sono così male. C’è chi ha fatto piccoli spostamenti, ma anche chi non si è mai mosso e oggi fa molta fatica. Infine, c’è chi – come l’Italia – invece di ampliare le destinazioni ha allargato il portafoglio nascondendo le difficoltà dietro le bollicine di una flûte

Negli ultimi 15 anni l’industria vitivinicola mondiale è andata incontro a una vera rivoluzione. Una rivoluzione che, a differenza di quella degli anni Novanta, che aveva visto irrompere il Nuovo mondo nella competizione internazionale, è stata piuttosto silente, e i cui effetti visibili oggi sembrano quasi endemici, come fossero sempre stati lì. Eppure di movimenti tellurici i sismografi enologici ne hanno registrati parecchi. Tra gli anni Novanta e fino al 2008/09 la competizione mondiale si è fatta sostanzialmente solo su due blocchi continentali, Europa e Nord America, con conseguenza il progressivo sovraffollamento di suppliers (11 i principali) su una manciata di Paesi. Come effetto collaterale, si sono creati attriti formidabili sui meccanismi di vendita dei Paesi del Vecchio mondo. Che per salvare le proprie aziende dal collasso della sovrapproduzione si inventarono un’Ocm con un unico obiettivo, la drastica riduzione dei surplus attraverso la cessazione degli aiuti alla produzione e sradicamento di vigneti fuori mercato. Mentre l’Europa cerca con scarso successo di ripulirsi, nel 2009 scoppia la crisi economica mondiale, che manda in cortocircuito le strategie ventennali anche dei newcomers, australiani in testa: il vino prodotto non viene più assorbito, vuoi per collasso dei consumi, vuoi per la banalità di un messaggio troppo semplificato e a volte ruffiano. I mercati insomma si girano, ma questa volta a salvare i Nuovomondisti è l’irrompere provvidenziale sulla scena mondiale del polo asiatico, rappresentato dalla Cina e dalle sue ricche appendici, intuito ai primordi solo dalla Francia proprio come ancora di salvezza dalla drastica riduzione di vendite subita in America dopo il 2005. Lo scacchiere piano piano diventa sempre più globale, e le masse di prodotto imbutizzate tra Europa e Nordamerica ricominciano a trovare una valvola di sfogo. Gli australiani riprendono fiato, i cileni si spostano quasi completamente a Est, mentre gli europei – grazie soprattutto alla ripresa del mercato americano, che infila la strada della cosiddetta new premiumisation – ritrovano spazi di manovra persi per strada.
La fotografia del riassestamento che ci restituisce il decennio 2005/2016 è proprio questa: una relativa e ritrovata tranquillità, una sorta di tregua armata che va bene più o meno a tutti. Solo che oggi – come nove anni fa – i mercati mondiali, a parte alcune zone felici, come quella appunto cinese e limitrofe, sembrano aver infilato un altro periodo di riflessione, se non di stagnazione. A crescere sono pochi luoghi e pochissime tipologie di vino, come gli spumanti (o meglio, uno in particolare …), e qualche emergente che sta cercando di diventare category, bissando il successo del Pinot grigio in America: per l’Italia possiamo fare i nomi di Grillo siciliano, Vermentino sardo-toscano, Pignoletto emiliano, mentre per i francesi abbiamo in pole position rosati e Grenache e per gli spagnoli l’Albarino, oltre alla Garnacha. Altri fenomeni sono di ritorno, come il Sauvignon Blanc neozelandese, che sta guidando gli exploit dei Kiwis in Usa ed Europa, mentre cileni, australiani, argentini, americani e sudafricani cercano di trovare nuovi e ricchi pascoli ai loro cavalli di razza storici, in attesa anch’essi di pescare dal cappello il nuovo jolly. Jolly che – si badi bene – ha sempre meno la carta d’identità di un varietal specifico e sempre più spesso l’abbraccio più o meno convinto di una filosofia: il green, il sostenibile, il vino generazionale o da lifestyle, proprio perché si è capito che il vitigno non può più essere usato come un mantra valido per tutte le epoche e tutte le generazioni.

Da Il Corriere Vinicolo del 10/04/2017